“Non so quanti anni ho,” afferma Abu Bakar Bangura, un ragazzo esile e posato della Sierra Leone, Paese dell’Africa occidentale. “Ero molto piccolo quando sono stato strappato alla mia famiglia,” spiega. Abu è uno dei 10.000 bambini che sono stati prelevati dalle loro case e forzati a diventare soldati sia dalle forze filo-governative che dai ribelli durante gli 11 anni di guerra civile che hanno straziato questo paese. Dopo essere stato rapito da un gruppo ribelle, Abu è stato drogato, picchiato, e costretto a commettere atrocità terribili. Invece di un’infanzia di innocenza e di affetto, ha vissuto una vita di violenza e paura. Solo quando i combattimenti in Sierra Leone sono cessati, nel 2001, questi bambini hanno potuto posare le armi e tornare alle loro case e alla loro infanzia. Ma molti avevano ormai dimenticato cosa volesse dire essere bambini, ed essere parte di una famiglia. Difendersi e combattere per la propria vita era tutto ciò che riuscivano a ricordare. L’attore americano Michael Douglas, in qualità di Messaggero di Pace per le Nazioni Unite, ha conosciuto Abu durante la sua permanenza al Centro di Protezione e Cura per Bambini di Kono, nel distretto orientale della Sierra Leone. Non c’era molto tempo da perdere: se la famiglia del bambino non fosse stata trovata in fretta, Abu sarebbe stato affidato ai servizi sociali. Samuel T. Kamanda, uno dei responsabili del programma della Croce Rossa Internazionale per il Centro di Protezione e Cura dei Bambini, dopo essersi recato senza successo in molti villaggi nel tentativo di rintracciare la famiglia di Abu, ha deciso di seguire una delle ultime piste, un villaggio in un’altra regione della Sierra Leone. Michael Douglas ha accompagnato Kamanda e Abu durante la ricerca. Dopo un primo trasferimento con un elicottero dell’ONU, hanno camminato per ore sotto il sole torrido, alla spossante ricerca del villaggio e della famiglia di Abu. Sono infine arrivati ad un villaggio e improvvisamente, mentre aspettavano il capovillaggio, Abu ha sentito un urlo di gioia e sorpresa. Era sua madre. Abu l’ha riconosciuta immediatamente ed è corso da lei, piangendo di commozione e di gioia.
2. Testimonianza di un ex bambino soldato
Jean-Baptiste Onama, nato nel nord dell’Uganda. Figlio di un ministro ugandese, è scappato con la famiglia dal suo Paese dopo il colpo di Stato di Idi Amin. Al rientro, dopo lo scoppio della guerra civile, è stato costretto ad arruolarsi nell’esercito governativo.
Ecco la testimonianza di Jean-Baptiste Onama, oggi 42.enne docente di Scienze Politiche all’Università di Padova, raccolta da padre Vito Magno:
– Io avevo 14 anni. Da ottobre fino a novembre avevo fatto un primo periodo di combattimento. Poi, rientrando al quartier generale, a Gulu, ho incontrato una suora comboniana che conoscevo già; mi ha preso nella sua scuola e mi ha fatto fare l’esame di licenza elementare. Nel marzo 1981 fui di nuovo spedito al fronte. E allora, definitivamente, ci fu l’intervento dell’allora vescovo di Gulu, mons. Cipriano Kihangire, al quale il mio caso era stato presentato da un diacono: era il presidente del Consiglio di amministrazione del Collegio gestito dai comboniani. Mi mandò in quel collegio e per me è stata l’uscita definitiva dall’esperienza nell’esercito.
- Ho assistito a stupri da parte dei soldati, di ragazzine; ho assistito anche ad un tragico episodio che ha riguardato una donna anziana: non era riuscita a scappare, era rimasta vicina alle capanne bruciate; un soldato ha sparato è l'ha colpita ma non a morte. Era ancora viva. E prima di morire ha detto delle parole. Il soldato che le aveva sparato non poteva comprenderle perché erano un kuangu: io ero l’unico della tribù che poteva capire quella lingua, perché era la gente di mio padre. E questa donna diceva: “Figlio mio, perché mi uccidi? Che male ti ho fatto?”, e ha ripetuto più volte queste parole. Questo è stato il momento più forte e più significativo di quel conflitto: racchiude tutta la follia della guerra. Io penso che chi, come me, si è salvato per miracolo da una situazione di morte e di distruzione, ha il dovere di fare in modo che il mondo non viva più quell’orrore.
– Non ci si poteva rifiutare di uccidere, perché la guerra ha un meccanismo molto strano: ci davano da fumare marijuana e cose simili; quindi eravamo sotto l’effetto della marijuana e in questo stato, in una situazione di guerra, si finisce per commettere sicuramente dei reati. La guerra, quando inizia, diventa una cosa incontrollabile e porta sempre a dei massacri.
– Io ho avuto una grande fortuna: quella di incontrare lungo la mia strada persone che mi hanno aiutato. Io, oggi, ogni volta che vedo la violenza, rivivo le stesse identiche cose. Ho imparato a convivere con il mio trauma da ex bambino soldato.
Bambini e bambine soldato
Migliaia sono i minori sono impiegati negli eserciti regolari e nei gruppi armati di opposizione in 85 paesi; più di 250.000 di questi prendono parte ai combattimenti in 35 paesi, e ben 120.000 solo nel continente africano.
LA SITUAZIONE
Attualmente sono più di 250.000 i minori di 18 anni utilizzati nei conflitti armati. Nell’ultimo decennio centinaia di migliaia di bambini, bambine e adolescenti sono stati direttamente coinvolti nelle ostilità e utilizzati sia da parte degli eserciti governativi, sia da parte di gruppi armati di opposizione ai Governi. La maggioranza ha dai 15 ai 18 anni, ma alcuni hanno anche soltanto 10 anni e la tendenza che si nota è verso un abbassamento dell’età. Decine di migliaia di bambini, bambine e adolescenti corrono il rischio di entrare a far parte degli eserciti o dei gruppi armati. L’elenco dei Paesi è stato aggiornato nel Rapporto del 2006 ed attualmente comprende: Afghanistan, Burundi, Chad, Colombia, Costa d’Avorio, Iraq, Liberia, Myanmar, Nepal, Filippine, Repubblica Democratica del Congo, Somalia, Sri Lanka, Sudan e Uganda. Anche se sono stati compiuti progressi in alcuni Paesi, come in Liberia e in Sierra Leone, in alcuni aree di crisi, in Sudan (Darfur), Chad, Afghanistan, Iraq e Sri Lanka ad esempio, la situazione ha continuato a peggiorare, mentre in Libano, Israele e nei Territori Occupati Palestinesi la recente escalation di violenza ha causato migliaia di vittime.
BAMBINI E BAMBINE SOLDATO: NON SOLO COMBATTENTI
Sono bambini e adolescenti soldati sia quelli che hanno armi e combattono, sia quelli che sono utilizzati dagli eserciti e dai gruppi armati come esche, corrieri o guardie, per svolgere azioni logistiche o di supporto, come trasportare le munizioni e le vettovaglie, posizionare mine ed esplosivi, fare ricognizioni. La loro vita non è meno dura e a rischio di quella di chi combatte. Sia che siano regolarmente reclutati nelle forze armate del loro Stato, sia che facciano parte di gruppi armati di opposizione ai Governi, bambini e adolescenti sono esposti ai pericoli della battaglia e delle armi, trattati brutalmente e puniti in modo estremamente severo per gli errori che possono commettere. Una tentata diserzione può portare agli arresti e, in qualche caso, ad una esecuzione sommaria.
Nelle situazioni di conflitto ci sono, inoltre, bambini appartenenti a gruppi particolarmente vulnerabili e che per questo motivo richiedono una speciale protezione. Si tratta di coloro che vengono separati dalle loro famiglie (orfani, rifugiati e sfollati non accompagnati, figli di donne sole) o che provengono da situazioni economiche e sociali svantaggiate (minoranze, ragazzi di strada) o che vivono nelle zone calde del conflitto. Nei casi di migrazioni forzate e improvvise, infatti, le famiglie e le comunità vengono divise e i bambini, le bambine e gli adolescenti si ritrovano spesso abbandonati a se stessi in una situazione di grande incertezza. I minori che vivono nei campi profughi (rifugiati, sfollati) sono particolarmente a rischio di essere arruolati.
LE BAMBINE SOLDATO
Si tratta di bambine e ragazze particolarmente vulnerabili, spesso rimaste orfane di entrambi i genitori, uccisi durante i combattimenti, o che vengono rapite durante le incursioni dei gruppi di ribelli. Le ragazze rimaste orfane tendono a cercare rifugio e protezione negli eserciti per sfuggire alle dure condizioni della vita di strada, ma una volta arruolate vengono ridotte in schiavitù, costrette a soddisfare i desideri, anche sessuali, dei combattenti. Subiscono ripetutamente violenze e abusi. Il rischio di contrarre HIV/AIDS ed altre malattie sessualmente trasmissibili è molto elevato, così come le probabilità di restare incinta. I programmi di disarmo, smobilitazione e riabilitazione dei bambini soldato devono tenere in considerazione le bambine e le ragazze e il loro specifico vissuto.
Le ragazze vengono dimenticate, perché sono poco disposte a farsi avanti, in quanto questo significa venire identificate dalla comunità come “mogli” dei combattenti o a fare identificare i loro figli come “bambini dei ribelli”. Le ragazze rimasta incinte durante il periodo in cui facevano parte degli eserciti devono affrontare il severo giudizio della loro comunità d’origine. Le comunità tendono a stigmatizzarle ed emarginarle perché si sono unite ai gruppi di ribelli e tendono ad attribuire alle stesse ragazze la colpa di quanto loro accaduto. La nascita di figli da relazioni iniziate con il rapimento e la violenza ha spesso come conseguenza anche il fatto che i gruppi ribelli rifiutano categoricamente di lasciar andare le ragazze, nonostante si siano assunti l’impegno di rilasciare i bambini soldato. In molte situazioni di conflitto, in Liberia, in Sierra Leone e nella Repubblica Democratica del Congo, i combattenti sono stati riluttanti a rilasciare le ragazze e le hanno tenute prigioniere asserendo che si trattava delle loro “mogli”.
Nonostante siano state predisposte strutture distinte per i ragazzi e le ragazze e programmi specifici che prestano attenzione alle questioni di genere, in determinati Paesi, come la Repubblica Democratica del Congo, la maggior parte delle ragazze continua a rimanere esclusa dai programmi di disarmo, smobilitazione e reintegrazione nelle loro comunità. Tutti questi fattori rappresentano le sfide che la Comunità internazionale deve affrontare e, spesso, le risorse disponibili sono scarse rispetto alla complessità di tali obiettivi.
LE CAUSE
Anche nella storia passata i ragazzi sono stati usati come soldati, ma negli ultimi anni questo fenomeno è in netto aumento perché è cambiata la natura della guerra. Non si assiste più alla contrapposizione armata tra Stati, ma all’esplosione di crisi interne in cui gruppi politici, fazioni, gruppi religiosi o etnici si misurano tra loro. In questi contesti i ragazzi ed anche i bambini diventano importanti: imparano presto ad usare le armi che sono leggere, automatiche e costano relativamente poco - oggi un bambino di 10 anni può utilizzare un'arma come un adulto; si fanno indottrinare con maggiore facilità, ubbidiscono agli ordini più docilmente di un soldato adulto, si ribellano meno anche di fronte ad azioni impegnative o pericolose come passare attraverso un campo minato o intrufolarsi nei territori nemici come spie.
I soldati "di carriera" in queste guerre lunghe dopo qualche tempo scarseggiano, muoiono in battaglia, vengono fatti prigionieri e comunque pretendono alte paghe; i bambini non vengono pagati, vengono allettati o costretti alla guerra e se muoiono, per loro si trova più facilmente il ricambio. Si dice che alcuni ragazzi aderiscano come volontari. In questo caso le cause possono essere diverse: per lo più lo fanno per sopravvivere, perché c’è di mezzo la fame o il bisogno di protezione. In alcuni casi ciò che spinge i ragazzi ad arruolarsi è il desiderio di ritrovare un’identità o la volontà di rivalsa. Il desiderio di vendetta li spinge ad imbracciare un fucile o un machete per scaricare il dolore nella violenza quando – fatto ricorrente in guerre etniche - hanno visto i propri genitori o parenti subire violenze da parte del gruppo opposto.
LE CONSEGUENZE
I ragazzi e le ragazze che sopravvivono alla guerra, oltre ad aver facilmente riportato ferite o mutilazioni, sono in gravi condizioni di salute: stati di denutrizione, malattie della pelle, patologie respiratorie e dell’apparato sessuale, incluso l’AIDS.Inoltre ci sono le ripercussioni psicologiche dovute al fatto di essere stati testimoni o aver commesso atrocità: senso di panico e incubi continuano a perseguitare questi ragazzi anche dopo anni. A tutto questo si aggiungono le conseguenze di carattere sociale: la difficoltà dell’inserirsi nuovamente in famiglia e del riprendere gli studi spesso è tale che i ragazzi non riescono ad affrontarla. Le ragazze poi, soprattutto in alcuni ambienti, dopo essere state nell’esercito, non riescono a sposarsi e finiscono col diventare prostitute. L’uso dei bambini e bambine soldato ha ripercussioni anche su gli altri ragazzi e ragazze che rimangono nell’area del conflitto, perché tutti diventano sospettabili in quanto potenzialmente nemici. Il rischio è che vengano uccisi, interrogati, fatti prigionieri.