BAMBINI SOLDATO

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Il fenomeno dei bambini soldato avviene quando dei fanciulli vengono impiegati in operazioni militari o illegali in tutto il mondo, oppure prostituendosi. Il loro supporto può essere direttamente nelle ostilità o in ruoli di supporto (vedette, messaggeri, spie).

In diversi momenti della storia e in molte culture, i minori sono stati coinvolti in campagne militari anche quando la morale comune lo riteneva riprovevole. A partire dagli anni settanta sono state firmate numerose convenzioni internazionali allo scopo di limitare la partecipazione dei bambini ai conflitti; nonostante questo, sembra che l'utilizzo dei bambini soldato negli ultimi decenni sia in aumento.

In alcuni paesi africanisudamericani o asiatici, i bambini soldato (Child-Soldiers) sono spesso soggetti a questo tipo di sfruttamento. A questi bambini, in alcuni casi, vengono somministrati degli stupefacenti,[1] mentre le bambine vengono spesso usate per scopi sessuali ma anche per cucinare, piazzare esplosivi, aprire la strada all'esercito sul campo minato perché possono essere rimpiazzate più facilmente, non devono essere pagate e non si ribellano.300.000 minorenni sono impiegati nelle forze armate di tutto il mondo. La maggior parte dei bambini soldato ha un’età compresa fra i 15 e i 18 anni ma ce ne sono anche di 10 e quest’età si sta pericolosamente abbassando sempre più. Il rapporto presentato tempo fa a Maputo (città dell’Africa) parla di 120 mila soldati con meno di 18 anni. Questo tipo di sfruttamento avviene soprattutto in Africa e in Asia, ma è esistente anche in America ed Europa. Negli ultimi 10 anni questo problema ha interessato 25 paesi, dove è stata registrata la presenza di bambini soldato; alcuni sparano, altri ancora trasportano armi e mine. Si registrano anche molti casi di donne e ragazze (in Etiopia costituiscono il 25 e 30%) che entrano nelle forze armate di opposizione. 

Negli ultimi anni questo fenomeno è in netto aumento perché in aumento sono i conflitti. Alcuni ragazzi sono reclutati nelle forze armate del loro stato, altri fanno parte di armate di opposizione ai governi; sono esposti ai pericoli della battaglia e delle armi, trattati brutalmente e puniti in modo estremamente severo per gli errori commessi. Una tentata diserzione può portare agli arresti e, in qualche caso ad un’esecuzione sommaria. Anche le ragazze, sebbene in misura minore, sono reclutate e frequentemente soggette allo stupro e a violenze sessuali. 
Anche nella storia passata i ragazzi di solito sono stati usati come usati come soldati. Questo fenomeno è in netto aumento perché il modo di fare la guerra è cambiato. Oggi le guerre sono prevalentemente etniche, religiose o nazionalistiche

 

 

LA STAMPA

 

“Io, bambino soldato ho ucciso per non morire”

Ingannati, portati nella foresta del Congo, rapiti e costretti a combattere Parlano i ragazzi hutu che sono riusciti a scappare dalla foresta e a salvarsi.
 
MUSANZE (RUANDA) SEGUE DALLA PRIMA PAGINA
 
 

Il viso è quello di un adolescente, la voce anche. Gli occhi sono neri, lo sguardo profondo. Emmanuel muove le mani con frenesia, come se stesse battendo il tempo alle parole che escono come un fiume in piena. Ha voglia di parlare, ora che, finalmente, ha la possibilità di farlo. 

 

Ora che ha la possibilità di incontrare persone disposte ad ascoltarlo e non, come fino a due mesi fa, solamente pronte a dargli ordini. Sì perché Emmanuel per cinque anni non ha fatto altro che prendere ordini. Era un soldato, un bambino soldato. A dodici anni gli hanno messo in mano un fucile e gli hanno ordinato: spara! 

«E io l’ho fatto, non avevo altra scelta. Se no avrebbero ucciso me - racconta questo ragazzo 17enne -. Mi hanno preso con l’inganno, mi hanno rapito. Un uomo che conoscevo, di un villaggio vicino al mio nell’Est del Ruanda, mi ha chiesto un giorno se potevo dargli una mano a pascolare le vacche. Gli ho detto di sì, e non sono più tornato a casa».  

 

L’hanno portato nella foresta, in quella distesa di alberi e vulcani che copre la zona al confine tra Repubblica Democratica del Congo, Ruanda e Uganda, gli hanno fatto un lavaggio del cervello, l’hanno minacciato di morte. «Sono entrato a far parte del Fdlr (Forces Democratiques de Libération du Rwanda) senza volerlo, senza saperlo – continua -. Mi hanno obbligato per cinque anni a rubare, saccheggiare villaggi, uccidere. Ho subito violenze, ho visto donne violentate, famiglie distrutte. Poi non ce l’ho più fatta, mi sono fatto forza e appena ho avuto l’opportunità sono scappato».  

 

Non è un caso isolato quello di Emmanuel, sono centinaia, forse migliaia, i bambini soldato reclutati con l’inganno e la forza dalle milizie ribelli, in primis Fdlr e Rud-Urunana, che operano in quella che è una delle zone più instabili dell’intera Africa. Milizie, come l’Fdlr, composte da guerriglieri hutu, già carnefici durante il Genocidio ruandese di 20 anni fa, scappati dal Paese subito dopo la fine della mattanza del 1994 per paura di rappresaglie e vendette. Milizie che si sono riorganizzate nella foresta, e che dalla foresta hanno lanciato una guerra contro il governo di Kigali. 

 

Attentati, violenze, imboscate, questi gruppi rappresentano la minaccia più grave per la fragile stabilità del paese guidato con pugno di ferro da Paul Kagame. Gruppi che puntano a riprendere il controllo del Paese, come hanno sempre affermato, a sfruttare le miniere e le risorse di questo ricco territorio, ma che stanno perdendo uomini uno dopo l’altro perché la vittoria sembra essere sempre più lontana. Ed ecco quindi che servono nuove leve, nuove braccia per lavorare, nuove teste da traviare. Come Emmanuel, ma anche come Innocent, John, Martin, Jean, e i circa trenta ragazzi tra i 12 e i 18 anni che, scappati dalla foresta e dalle armi, hanno trovato rifugio al Muhoza Child Ex Combatants Rehabilitation Centre di Musanze, nel Nord del Ruanda, quasi al confine con la Repubblica Democratica del Congo. 

 

Qui vengono aiutati a essere reinseriti nella società, gli vengono impartite lezioni, gli viene insegnato un mestiere. Gli viene data assistenza nel tentativo di rintracciare le proprie famiglie, anche se la maggior parte di loro non ha più nessuno. Come Jean, 16 anni, due anni passati sul fronte con l’Fdlr. «Un giorno di due anni fa, era marzo se non sbaglio, sono sceso dal mio villaggio per andare al mercato. Ho incontrato un gruppo di ribelli che avevano appena finito di saccheggiare alcune case. Ho provato a scappare, ma mi hanno preso. Per due anni ho fatto da scorta armata a un colonnello dell’Fdlr, ho partecipato a scontri a fuoco. Non ho mai provato a scappare perché mi dicevano che se fossi tornato in Ruanda i soldati governativi e la polizia mi avrebbero ucciso, che era in corso una battaglia e che l’Fdlr la stava vincendo. Quando ho scoperto che non era vero sono scappato».  

 

Ragazzi cresciuti troppo in fretta, che invece di giocare a calcio nei campi polverosi sono stati costretti a imbracciare un fucile, un kalashnikov, e a sparare. Rapiti con la forza, presi con l’inganno, ma anche nati semplicemente nel posto sbagliato. «Sono nato in un campo dell’Fdlr - racconta John -. Mio padre era un combattente, mia madre era stata rapita dal proprio villaggio nel Congo. Appena ho raggiunto l’età e la stazza per combattere mi hanno dato un’arma e mi hanno mandato sul fronte, a sparare e saccheggiare. La vita nella foresta è dura, sfinente. Sono riuscito a resistere per quattro anni, poi ho deciso di fuggire. Mi sono presentato a una base Monusco nel Congo e da lì sono stato rimpatriato». Storie di violenza, di infanzia e adolescenza perduta, che, purtroppo, non sono un’eccezione in questo continente. I ragazzi, i bambini, sono più malleabili, sono facilmente persuasibili. Carne fresca, sacrificabile. In Centrafrica così come tra le foreste del Ruanda e del Congo. 

 

 

 

 LA STORIA 

Un bambino guerrigliero disse agli inquirenti che lui ed altri bambini per vincere la paura bevevano latte misto a polvere da sparo. "La polvere da sparo ti dà più energia, come il desiderio di uccidere le truppe che ti passano davanti a te. Tu dici a te stesso: spero che vengano sulla mia strada e poi carichi e spari a raffica e ti senti più capace, col morale più alto. .."

(Testimonianza di un bambino colombiano raccolta da Human Rights Watch, 1998)

1. La storia di un bambino soldato

 

“Non so quanti anni ho,” afferma Abu Bakar Bangura, un ragazzo esile e posato della Sierra Leone, Paese dell’Africa occidentale. “Ero molto piccolo quando sono stato strappato alla mia famiglia,” spiega. Abu è uno dei 10.000 bambini che sono stati prelevati dalle loro case e forzati a diventare soldati sia dalle forze filo-governative che dai ribelli durante gli 11 anni di guerra civile che hanno straziato questo paese. Dopo essere stato rapito da un gruppo ribelle, Abu è stato drogato, picchiato, e costretto a commettere atrocità terribili. Invece di un’infanzia di innocenza e di affetto, ha vissuto una vita di violenza e paura. Solo quando i combattimenti in Sierra Leone sono cessati, nel 2001, questi bambini hanno potuto posare le armi e tornare alle loro case e alla loro infanzia. Ma molti avevano ormai dimenticato cosa volesse dire essere bambini, ed essere parte di una famiglia. Difendersi e combattere per la propria vita era tutto ciò che riuscivano a ricordare. L’attore americano Michael Douglas, in qualità di Messaggero di Pace per le Nazioni Unite, ha conosciuto Abu durante la sua permanenza al Centro di Protezione e Cura per Bambini di Kono, nel distretto orientale della Sierra Leone. Non c’era molto tempo da perdere: se la famiglia del bambino non fosse stata trovata in fretta, Abu sarebbe stato affidato ai servizi sociali. Samuel T. Kamanda, uno dei responsabili del programma della Croce Rossa Internazionale per il Centro di Protezione e Cura dei Bambini, dopo essersi recato senza successo in molti villaggi nel tentativo di rintracciare la famiglia di Abu, ha deciso di seguire una delle ultime piste, un villaggio in un’altra regione della Sierra Leone. Michael Douglas ha accompagnato Kamanda e Abu durante la ricerca. Dopo un primo trasferimento con un elicottero dell’ONU, hanno camminato per ore sotto il sole torrido, alla spossante ricerca del villaggio e della famiglia di Abu. Sono infine arrivati ad un villaggio e improvvisamente, mentre aspettavano il capovillaggio, Abu ha sentito un urlo di gioia e sorpresa. Era sua madre. Abu l’ha riconosciuta immediatamente ed è corso da lei, piangendo di commozione e di gioia.

2. Testimonianza di un ex bambino soldato

soldatoJean-Baptiste Onama, nato nel nord dell’Uganda. Figlio di un ministro ugandese, è scappato con la famiglia dal suo Paese dopo il colpo di Stato di Idi Amin. Al rientro, dopo lo scoppio della guerra civile, è stato costretto ad arruolarsi nell’esercito governativo.

Ecco la testimonianza di Jean-Baptiste Onama, oggi 42.enne docente di Scienze Politiche all’Università di Padova, raccolta da padre Vito Magno:

– Io avevo 14 anni. Da ottobre fino a novembre avevo fatto un primo periodo di combattimento. Poi, rientrando al quartier generale, a Gulu, ho incontrato una suora comboniana che conoscevo già; mi ha preso nella sua scuola e mi ha fatto fare l’esame di licenza elementare. Nel marzo 1981 fui di nuovo spedito al fronte. E allora, definitivamente, ci fu l’intervento dell’allora vescovo di Gulu, mons. Cipriano Kihangire, al quale il mio caso era stato presentato da un diacono: era il presidente del Consiglio di amministrazione del Collegio gestito dai comboniani. Mi mandò in quel collegio e per me è stata l’uscita definitiva dall’esperienza nell’esercito.

- Ho assistito a stupri da parte dei soldati, di ragazzine; ho assistito anche ad un tragico episodio che ha riguardato una donna anziana: non era riuscita a scappare, era rimasta vicina alle capanne bruciate; un soldato ha sparato è l'ha colpita ma non a morte. Era ancora viva. E prima di morire ha detto delle parole. Il soldato che le aveva sparato non poteva comprenderle perché erano un kuangu: io ero l’unico della tribù che poteva capire quella lingua, perché era la gente di mio padre. E questa donna diceva: “Figlio mio, perché mi uccidi? Che male ti ho fatto?”, e ha ripetuto più volte queste parole. Questo è stato il momento più forte e più significativo di quel conflitto: racchiude tutta la follia della guerra. Io penso che chi, come me, si è salvato per miracolo da una situazione di morte e di distruzione, ha il dovere di fare in modo che il mondo non viva più quell’orrore.

– Non ci si poteva rifiutare di uccidere, perché la guerra ha un meccanismo molto strano: ci davano da fumare marijuana e cose simili; quindi eravamo sotto l’effetto della marijuana e in questo stato, in una situazione di guerra, si finisce per commettere sicuramente dei reati. La guerra, quando inizia, diventa una cosa incontrollabile e porta sempre a dei massacri.

– Io ho avuto una grande fortuna: quella di incontrare lungo la mia strada persone che mi hanno aiutato. Io, oggi, ogni volta che vedo la violenza, rivivo le stesse identiche cose. Ho imparato a convivere con il mio trauma da ex bambino soldato.


 

Bambini e bambine soldato

bimbisoldatoMigliaia sono i minori sono impiegati negli eserciti regolari e nei gruppi armati di opposizione in 85 paesi; più di 250.000 di questi prendono parte ai combattimenti in 35 paesi, e ben 120.000 solo nel continente africano.

LA SITUAZIONE

Attualmente sono più di 250.000 i minori di 18 anni utilizzati nei conflitti armati. Nell’ultimo decennio centinaia di migliaia di bambini, bambine e adolescenti sono stati direttamente coinvolti nelle ostilità e utilizzati sia da parte degli eserciti governativi, sia da parte di gruppi armati di opposizione ai Governi. La maggioranza ha dai 15 ai 18 anni, ma alcuni hanno anche soltanto 10 anni e la tendenza che si nota è verso un abbassamento dell’età. Decine di migliaia di bambini, bambine e adolescenti corrono il rischio di entrare a far parte degli eserciti o dei gruppi armati. L’elenco dei Paesi è stato aggiornato nel Rapporto del 2006 ed attualmente comprende: Afghanistan, Burundi, Chad, Colombia, Costa d’Avorio, Iraq, Liberia, Myanmar, Nepal, Filippine, Repubblica Democratica del Congo, Somalia, Sri Lanka, Sudan e Uganda. Anche se sono stati compiuti progressi in alcuni Paesi, come in Liberia e in Sierra Leone, in alcuni aree di crisi, in Sudan (Darfur), Chad, Afghanistan, Iraq e Sri Lanka ad esempio, la situazione ha continuato a peggiorare, mentre in Libano, Israele e nei Territori Occupati Palestinesi la recente escalation di violenza ha causato migliaia di vittime.

BAMBINI E BAMBINE SOLDATO: NON SOLO COMBATTENTI

Sono bambini e adolescenti soldati sia quelli che hanno armi e combattono, sia quelli che sono utilizzati dagli eserciti e dai gruppi armati come esche, corrieri o guardie, per svolgere azioni logistiche o di supporto, come trasportare le munizioni e le vettovaglie, posizionare mine ed esplosivi, fare ricognizioni. La loro vita non è meno dura e a rischio di quella di chi combatte. Sia che siano regolarmente reclutati nelle forze armate del loro Stato, sia che facciano parte di gruppi armati di opposizione ai Governi, bambini e adolescenti sono esposti ai pericoli della battaglia e delle armi, trattati brutalmente e puniti in modo estremamente severo per gli errori che possono commettere. Una tentata diserzione può portare agli arresti e, in qualche caso, ad una esecuzione sommaria.

Nelle situazioni di conflitto ci sono, inoltre, bambini appartenenti a gruppi particolarmente vulnerabili e che per questo motivo richiedono una speciale protezione. Si tratta di coloro che vengono separati dalle loro famiglie (orfani, rifugiati e sfollati non accompagnati, figli di donne sole) o che provengono da situazioni economiche e sociali svantaggiate (minoranze, ragazzi di strada) o che vivono nelle zone calde del conflitto. Nei casi di migrazioni forzate e improvvise, infatti, le famiglie e le comunità vengono divise e i bambini, le bambine e gli adolescenti si ritrovano spesso abbandonati a se stessi in una situazione di grande incertezza. I minori che vivono nei campi profughi (rifugiati, sfollati) sono particolarmente a rischio di essere arruolati.

LE BAMBINE SOLDATO

Si tratta di bambine e ragazze particolarmente vulnerabili, spesso rimaste orfane di entrambi i genitori, uccisi durante i combattimenti, o che vengono rapite durante le incursioni dei gruppi di ribelli. Le ragazze rimaste orfane tendono a cercare rifugio e protezione negli eserciti per sfuggire alle dure condizioni della vita di strada, ma una volta arruolate vengono ridotte in schiavitù, costrette a soddisfare i desideri, anche sessuali, dei combattenti. Subiscono ripetutamente violenze e abusi. Il rischio di contrarre HIV/AIDS ed altre malattie sessualmente trasmissibili è molto elevato, così come le probabilità di restare incinta. I programmi di disarmo, smobilitazione e riabilitazione dei bambini soldato devono tenere in considerazione le bambine e le ragazze e il loro specifico vissuto.

Le ragazze vengono dimenticate, perché sono poco disposte a farsi avanti, in quanto questo significa venire identificate dalla comunità come “mogli” dei combattenti o a fare identificare i loro figli come “bambini dei ribelli”. Le ragazze rimasta incinte durante il periodo in cui facevano parte degli eserciti devono affrontare il severo giudizio della loro comunità d’origine. Le comunità tendono a stigmatizzarle ed emarginarle perché si sono unite ai gruppi di ribelli e tendono ad attribuire alle stesse ragazze la colpa di quanto loro accaduto. La nascita di figli da relazioni iniziate con il rapimento e la violenza ha spesso come conseguenza anche il fatto che i gruppi ribelli rifiutano categoricamente di lasciar andare le ragazze, nonostante si siano assunti l’impegno di rilasciare i bambini soldato. In molte situazioni di conflitto, in Liberia, in Sierra Leone e nella Repubblica Democratica del Congo, i combattenti sono stati riluttanti a rilasciare le ragazze e le hanno tenute prigioniere asserendo che si trattava delle loro “mogli”.

Nonostante siano state predisposte strutture distinte per i ragazzi e le ragazze e programmi specifici che prestano attenzione alle questioni di genere, in determinati Paesi, come la Repubblica Democratica del Congo, la maggior parte delle ragazze continua a rimanere esclusa dai programmi di disarmo, smobilitazione e reintegrazione nelle loro comunità. Tutti questi fattori rappresentano le sfide che la Comunità internazionale deve affrontare e, spesso, le risorse disponibili sono scarse rispetto alla complessità di tali obiettivi.

LE CAUSE

Anche nella storia passata i ragazzi sono stati usati come soldati, ma negli ultimi anni questo fenomeno è in netto aumento perché è cambiata la natura della guerra. Non si assiste più alla contrapposizione armata tra Stati, ma all’esplosione di crisi interne in cui gruppi politici, fazioni, gruppi religiosi o etnici si misurano tra loro. In questi contesti i ragazzi ed anche i bambini diventano importanti: imparano presto ad usare le armi che sono leggere, automatiche e costano relativamente poco - oggi un bambino di 10 anni può utilizzare un'arma come un adulto; si fanno indottrinare con maggiore facilità, ubbidiscono agli ordini più docilmente di un soldato adulto, si ribellano meno anche di fronte ad azioni impegnative o pericolose come passare attraverso un campo minato o intrufolarsi nei territori nemici come spie.

I soldati "di carriera" in queste guerre lunghe dopo qualche tempo scarseggiano, muoiono in battaglia, vengono fatti prigionieri e comunque pretendono alte paghe; i bambini non vengono pagati, vengono allettati o costretti alla guerra e se muoiono, per loro si trova più facilmente il ricambio. Si dice che alcuni ragazzi aderiscano come volontari. In questo caso le cause possono essere diverse: per lo più lo fanno per sopravvivere, perché c’è di mezzo la fame o il bisogno di protezione. In alcuni casi ciò che spinge i ragazzi ad arruolarsi è il desiderio di ritrovare un’identità o la volontà di rivalsa. Il desiderio di vendetta li spinge ad imbracciare un fucile o un machete per scaricare il dolore nella violenza quando – fatto ricorrente in guerre etniche - hanno visto i propri genitori o parenti subire violenze da parte del gruppo opposto.

LE CONSEGUENZE

I ragazzi e le ragazze che sopravvivono alla guerra, oltre ad aver facilmente riportato ferite o mutilazioni, sono in gravi condizioni di salute: stati di denutrizione, malattie della pelle, patologie respiratorie e dell’apparato sessuale, incluso l’AIDS.Inoltre ci sono le ripercussioni psicologiche dovute al fatto di essere stati testimoni o aver commesso atrocità: senso di panico e incubi continuano a perseguitare questi ragazzi anche dopo anni. A tutto questo si aggiungono le conseguenze di carattere sociale: la difficoltà dell’inserirsi nuovamente in famiglia e del riprendere gli studi spesso è tale che i ragazzi non riescono ad affrontarla. Le ragazze poi, soprattutto in alcuni ambienti, dopo essere state nell’esercito, non riescono a sposarsi e finiscono col diventare prostitute. L’uso dei bambini e bambine soldato ha ripercussioni anche su gli altri ragazzi e ragazze che rimangono nell’area del conflitto, perché tutti diventano sospettabili in quanto potenzialmente nemici. Il rischio è che vengano uccisi, interrogati, fatti prigionieri.